
Solo dopo 104 anni la morte ce l’ha fatta a portare via Edgar Morin, e ha dovuto impegnarsi tanto visto che fino all’ultimo era di una vitalità straordinaria. Di lei Morin aveva parlato quando era ancora giovane, in uno dei suoi primi libri (“L’uomo e la morte”) ricordando come l’umanità attua una rimozione forzata di qualcosa che è intrinseca allo stesso essere umani, e che lottare contro la morte e la finitudine è l’impegno per vivere bene la vita e migliorare il mondo. Questo Edgar Nahoum ha sempre fatto, sin da quando prese il nome di battaglia Morin per combattere nella resistenza francese. E da allora ha sempre proseguito in un impegno in prima linea per quella che chiamava “politica di civiltà”.
Non starò qui a ricordare i meriti scientifici (e non solo) di un pensatore che ha aperto frontiere nuove alla ricerca antropologica, sociologica, filosofica: dal pensiero complesso alla educazione come promozione di “teste ben fatte”, piuttosto che “ben piene”; dagli studi sul metodo e l’epistemologia della conoscenza alla pionieristica analisi dell’industria culturale; dalla Scienza-con-coscienza alla “Terra-patria” comune che è dovere di tutti difendere dai rischi della globalizzazione e della de-umanizzazione.
“Perché la fraternità?” (in alternativa all’autodistruzione del pianeta) si chiedeva in un libro scritto quando era già quasi centenario. E dava risposte lucide e illuminanti, anche se giudicate utopistiche da quanti vedevano con malcelato fastidio il suo impegno per la promozione di una società universale, libera, appagata nei suoi bisogni fondamentali, “fraterna” appunto.
Ho avuto la fortuna di apprezzare le basi scientifiche ed umane del suo impegno quindici anni fa in Brasile, quando – insieme a Mauro Maldonato – partecipammo a Rio al seminario sul “Pensiero del Sud del mondo”. In Brasile il novantenne Morin era consulente del grande progetto di rinnovo delle scuole secondarie brasiliane applicando la filosofia educativa basata sulla complessità, per formare cittadini critici e consapevoli.
Ammirammo la sua capacità di farsi capire (in una lingua strana che mescolava insieme vari idiomi ma alla fine risultava comprensibile a tutti) e di trasmettere concetti difficili e “complessi” su cui basare interventi educativi e sociali di grande valore culturale oltre che scientifico.
Apprezzai anche le sue qualità umane, tra cui quella di reggere – alla sua età – quantità di caipirinhe per me insostenibili, e quella di desiderare l’affetto femminile che lo portò, ultranovantenne, a risposarsi per la quarta volta, dopo la morte della moglie (“non riesco a vivere senza una donna accanto”, mi confidò una sera a cena).
Sul piano scientifico, appresi allora l’importanza della “transdisciplinarità” come essenza della scienza che integra i saperi oltre gli steccati disciplinari, e si impegna nel sociale in azioni progettate e poi verificate insieme a scienziati di altre discipline. Andando così oltre la collaborazione multi-disciplinare a progetti non costruiti né verificati in comune.
Ci ha insegnato tanto Edgar Morin nella sua vita ultracentenaria, sta a noi recepirne la lezione e proseguire la sua lotta per una “scienza con coscienza”.
Santo Di Nuovo
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